l’anima

l'animaper anima si intende generalmente lo spirito vitale proprio di ogni uomo. si dice che questo spirito, oltre ad avere in sè la vita, abbia anche una coscienza. sulla sua esatta natura, però, non c’è un giudizio concorde nè un’unica fede. nel corso dei millenni sono state e continuano a essere tante al riguardo le opinioni, le supposizioni e le credenze. alcuni sostengono che l’anima è solo un soffio vitale e che non ha in sè una coscienza. come ci spiega il filologo werner wilhelm jaeger nei suoi studi sulla spiritualità nell’antica grecia, gli ellenici di epoca preomerica – e presumibilmente anche i mesopotamici – distinguevano il fiato vitale dalla facoltà razionale. secondo loro, la vita degli esseri respiranti e la coscienza non sono, sulla terra, indissolubilmente legate l’una all’altra; un corpo reso vivo da un soffio non deve necessariamente possedere una coscienza. può essere animato senza l’acquisizione di una consapevolezza. altri, invece, credono che l’anima non sia solo un anelito, ma anche un principio raziocinante. dice eraclito in un frammento:

ψυχῆς πείρατα ἰών οὐκ ἂν ἐξεύροιο, πᾶσαν ἐπιπορευόμενος ὁδόν˙ οὕτω βαθύν λόγον ἔχει.

i confini dell’anima (ψυχῆς) non li potrai mai raggiungere, per quanto tu proceda fino in fondo nel percorrere le sue strade; così profonda è la sua ragione (λόγον).

che l’anima avesse un raziocinio era opinione anche degli aristotelici e dei platonici. secondo costoro, il soffio degli uomini ha, oltre che la vita, anche la capacità di discernimento e consente loro il libero arbitrio. come aristotele, platone e i loro seguaci, pure eschilo e pindaro erano di questo avviso.
gli antichi greci usavano tre termini fondamentali per indicare il soffio: ἄνεμος, πνεῦμα e ψυχή. l’italiano anima deriva dal primo termine. da  ἄνεμος sono derivati anche animo (che rispetto ad anima ha un valore più intellettuale e volitivo), anemometro, anemocoria, anemoscopio e anemofilia. di etimo discusso è invece anemone, termine coniato dal filosofo e botanico teofrasto, discepolo di aristotele, in quanto alcuni studiosi lo fanno risalire ad ἄνεμος – in considerazione della cassabònda_ corolla del fiore che si agiterebbe e schiuderebbe facilmente al soffio del vento – altri da radici differenti. πνεῦμα è sinonimo di ἄνεμος e vuol dire soffio, vento (πνεῦμα ἀνέμων è propriamente il soffio dei venti). da questa parola derivano gli italiani pneodinamica, pneumatodo, pneumatolisi e pneumatico. diversamente da ἄνεμος e πνεῦμα, ψυχή ha assunto già in antichità un significato più specifico e meno naturalistico; indica sì il soffio, ma quasi sempre si tratta di un soffio di vita che trascende la fisicità del mondo ed è dotato di raziocinio e corrisponde all’italiano anima nella sua accezione più diffusa. tra i primi filosofi a impiegare il termine ψυχή in questo significato specifico fu platone, ma in epoche più remote i greci usarono tale parola per indicare il soffio del vento e talora il respiro dell’uomo, non l’anima umana. ψυχή deriva infatti dal verbo ψύχω, io alito, raffreddo soffiando, rinfresco (confronta ψυχρός, freddo, gelido; ψῦξις, mezzo di raffreddamento e ψυχροπαγής, congelato; la ψύχη χειμῶνος è il clima rigido dell’inverno). prima di platone, con ψυχή ci si riferiva quindi a un’aria mobile che generalmente portava frescura o gelo, come poteva essere la brezza o il rovàio#.
un altro termine greco che indica il soffio è αὔρα, propriamente la brezza, l’aria fresca del mattino. ἀήρ designa invece l’aria in generale, quale uno dei quattro elementi della natura.
ἄνεμος, πνεῦμα e ψυχή significano dunque soffio, come la folata del vento o il fiato dell’uomo. in quanto fiato, i tre termini hanno poi assunto anche il valore di soffio vitale. gli uomini vivono perchè respirano e finchè respirano; il loro alito quindi è un alito di vita. una volta morti il loro alito esala. per questo gli  uomini e tutti gli altri esseri che si muovono per un soffio, le fiere, i rettili e i volatili, sono detti animali, ossia respiranti (animalia in latino, contrapposto a sata, le piante, la semenza). secondo alcuni studiosi anche la parola bestia ha a che fare col soffio: deriverebbe dall’indoeuropeo dvesti, soffiare, da cui dwēsele, soffio (bestia viene direttamente dal latino bestia, da cui il tardo bistia, col quale i romani, a partire dal V secolo, cominciarono a chiamare il serpente (confronta l’italiano biscia).
con θυμός i greci indicavano il principio di vita, ma ad esso, diversamente da ἄνεμος, πνεῦμα e ψυχή, non associavano il senso del soffio. tuttavia, i latini ripresero la parola e la trasformarono in fumus, fumo, esalazione, vapore, dandole quindi un senso di ariosità. la parola θυμός sta a indicare anche la volontà o il coraggio. platone la intendeva come l’inclinazione dell’uomo all’ira, accezione che si è conservata anche nel greco moderno.
i latini ricalcarono i tre termini greci ἄνεμος, πνεῦμα e ψυχή coniando anima e animus, pneuma e psyche (con quest’ultima parola chiamarono la sposa di cupido). a essi aggiunsero altre parole quali spiritus, che è da spiro, io soffio, e flatus, che è da flo, sinonimo di spiro (flo è voce onomatopeica; confronta il tedesco blāsan e l’anglosassone blāwan). col pluralia tantum manes i romani indicavano specificamente gli spiriti benigni (da un arcaico manus, buono) o le anime dei morti. il termine designava però anche le spoglie mortali, le ceneri. lemures è di etimo oscuro e indica anch’esso, come manes, le anime dei morti. i lemuri si dividono in due gruppi: quelli buoni, i lares, lari (detti praestites, protettori), che al disfacimento del corpo diventavano divinità domestiche e urbane, e quelle cattive, le larvae, i fantasmi, gli spettri notturni, dai greci detti νυκτερινοί δαίμονες (larva assunse poi, oltre al significato di spettro, anche quello di maschera – confronta l’italiano larvato). genius è la divinità procreatrice posta a tutela del maschio, mentre iuno è quella a difesa della femmina. entrambe non hanno propriamente in sè la natura del soffio, anche se un’interpretazione naturalistica fa di iuno la regina dell’aria (per altri, del cielo e delle stelle).
per indicare il soffio vitale  gli ebrei usano invece il termine nefeš. esso deriva dalla radice npš che indica l’azione dell’alitare, simile a nšb, spirare; a nšp, respirare impetuosamente; e a nšm, ansimare. poichè l’azione del respirare è associata alla vita in maniera inestricabile, nefeš finisce per significare la vita stessa. per indicare il semplice atto respiratorio gli israeliti ricorrevano solitamente alla parola nͤšāmâ. in quanto vita, il nefeš è anche sangue, come è attestato in deuteronomio, 12, 23 (“ma attenzione, non bere il sangue, perchè il sangue è la vita (nefeš) e non devi mangiare la vita (nefeš) con la carne”). nefeš vuol dire anche uomo, inteso nella sua unità. partendo da questo significato antropologico, nefeš cominciò a indicare anche la forma del corpo umano, per cui potremmo tradurlo con persona. in questa accezione, accentuando quel senso di esteriore staticità tipico della forma, nefeš finì per indicare, contrariamente al suo significato di vita, il cadavere e successivamente anche la tomba. nella bibbia ebraica nefeš può essere il corpo morto prima della sua dissoluzione. alla scomparsa di questo viene meno anche il nefeš. per ciò, poichè il nefeš non sopravvive al corpo, gli ebrei non usano mai tale parola per designare le anime dello sheol.
nefeš, siccome indica anche l’uomo nella sua interezza, non è in opposizione con bāśār, carne. anzi, i due termini sono a volte usati quali sinonimi. bāśār può voler dire, più specificamente, anche pelle o pene.
per indicare il soffio vitale, oltre a nefeš, l’ebraico ha anche rûăḥ. la parola deriva dalla radice rwḥ, che indica l’azione del fiutare, dell’annusare, da cui l’arabo rāḥā, soffiare. rûăḥ, oltre a voler dire soffio vitale, indica più in generale l’alito del vento. nella bibbia ebraica, col primo significato è usato, per esempio, in abacuc, 2, 19 (“è ricoperta d’oro e d’argento [la pietra, che non parla, adorata come un idolo], ma nel suo intimo non vi è soffio di vita [rûăḥ]); nel secondo significato, invece, rûăḥ è adoperato in esodo, 10, 13 (al mattino il vento [rûăḥ] d’oriente aveva portato le cavallette). rûăḥ è anche lo spirito di dio (“e lo spirito [rûăḥ] di dio aleggiava sulle acque”, genesi, 1,2).

 

alcune definizioni di “anima”.

c’è chi sostiene che l’anima è immortale. coniugata al corpo finchè questo è in vita, alla sua morte essa gli sopravvive. questa credenza è molto comune, ma non universale. la troviamo, per esempio, nella dottrina dei platonici e dei neoplatonici; ma non in quella degli atomisti democritei ed epicurei, i quali sostengono invece che l’anima è mortale: alla dissoluzione del corpo, si dissolve anche quella. il filosofo e poeta romano tito lucrezio caro, seguace di epicuro, dice nel de reum natura che l’anima cresce insieme al corpo e alla pari di questo invecchia e muore. come è fragile il corpo del bambino, così è anche la sua anima; in età adulta, poi, carne e spirito, da teneri che erano, si irrobustiscono; ma, nella vecchiaia, non solo il corpo perde vigore, sbiadisce e si fa rigido, ma anche l’anima si rattrappisce e indebolisce; il respiro si fa affannoso, la ragione tentenna e la lingua delira; e come il corpo, una volta morto, giace inerte al suolo e si dissolve così anche l’anima si disperde, come il fumo nell’atmosfera. altri, invece, non solo credono nella sopravvivenza dell’anima alla morte del corpo, ma anche nella resurrezione di quest’ultimo, quando il mondo avrà fine, e ad un ricongiungimento delle due sostanze.
tra coloro che ammettono la mortalità dell’anima si annovera anche l’umanista italiano pietro pomponazzi, il quale specifica che essa è sì mortale ma profuma di immortalità (immortalitatis odorat); confinata tra le cose materiali, è sul limitare delle cose immateriali. aggiunge poi che si può credere per fede in una natura sempiterna dello spirito umano, ma non per ragione.
altri sostengono che l’anima, al disfarsi del corpo, muoia per un tempo, ma che poi resuscita. costoro sono detti tnetopsichiti. vi sono alcuni, invece, i quali dicono che l’anima, morta la carne, sprofondi in un sonno temporaneo; questi sono chiamati ipnopsichiti.
l’anima, inoltre, è da molti detta indivisibile. principio unico, essa si divide dal corpo al momento della dipartita, rimanendo tuttavia intatta. ciò vuol dire che non condivide nulla con la carne, a questa non si mescola in alcun modo ma si unisce per giustapposizione. se alcuni la dicono decaduta, tuttavia non la dicono precipitata alla stregua delle sostanze chimiche. al disfacimento del corpo, nulla dell’anima si disfa. democrito ed epicuro sostengono invece che l’anima è divisibile in quanto composta da particelle sottili che, al disgregarsi del corpo, si disgregano anch’esse tra loro. democrito, in particolare, afferma che lo spirito vitale è composto da atomi sferoidali, che possono più facilmente penetrare il corpo e muoverlo. altri pure ritengono che l’anima sia composta, ma che non sia di tipo granulare; sarebbe semmai costituita da una sorta di sezioni, ognuna delle quali avrebbe delle proprie caratteristiche che conferirebbero al corpo le diverse funzioni organiche. la composizione dell’anima non indica tuttavia, per questi filosofi, la divisibilità della sua essenza; questa sarebbe costituita di parti connesse, ma non sarebbe cràca_. secondo platone l’anima è tripartita, secondo lo stoico crisippo invece è suddivisa in otto parti e secondo un altro stoico, apollofane, in nove. platone e i suoi seguaci, oltre a sostenere la ripartizione delle anime umane, considerano esse stesse delle parti; sarebbero frammenti dell’anima mundi, lo spirito universale.
c’è, poi, chi non parla di divisibilità dell’anima, ma di una pluralità di anime dimoranti in uno stesso corpo. alcune popolazioni credono che gli uomini abbiano, oltre al soffio vitale, anche altri spiriti; uno di questi è l’ombra. i neri dell’africa occidentale, per esempio, evitano di esporsi pienamente al sole intorno a mezzogiorno per non perdere l’anima-ombra. anche la propria immagine riflessa su uno specchio d’acqua o su una parete lucida è considerata da alcuni popoli indigeni africani una delle loro anime. in generale, però, l’anima è ritenuta una sola per ogni essere umano.
alcuni credono che l’anima sia immateriale. secondo plotino, essa non è fisica perchè penetra ovunque, essendo estremamente sottile; e poichè nessun corpo ha la capacità di penetrare ovunque, neanche l’aria, vuol dire che lo spirito non è di natura corporea o materiale. il neoplatonico definisce inoltre la ψυχή il λόγος πάντων (la ragione di tutte le cose) e scrive nella quarta enneade:

πῶς δ’ἂν καί σώματος ὄντος τῆς ψυχῆς ἀρεταί αὐτῆς, σωφροσύνη καί δικαιοσύνη ἀνδρία τε καί αἱ ἄλλαι; πνεῦμά τι γάρ ἢ αῖμά τι ἂν τό σωφρονεῖν εἴη ἢ δικαιότης ἢ ἀνδρία.

se l’anima (ψυχῆς) è corpo, come sono possibili le sue virtù, la temperanza, la giustizia, il coraggio e le altre? la temperanza o la giustizia o il coraggio consisterebbero allora in un po’ di soffio (πνεῦμά)  o di sangue.

a favore dell’incorporeità dell’anima si esprimeva, nel XVIII secolo, anche il filosofo italiano cesare cremonini, ponendo l’attenzione sulla sua capacità di pensare:

facultas rationalis de sua essentia est incorporea, quia potestas discursiva organo caret.

la facoltà razionale propria della sua [dell’anima] essenza è incorporea, poichè il potere discorsivo manca di un organo.

altri, invece, ritengono che l’anima sia materiale. questa persuasione era comune fra i popoli primitivi e tra gli antichi greci. secondo diogene di apollonia, l’anima è l’aria; secondo crizia, è il sangue; ippaso la crede di natura ignea; secondo altri, è plàdua_; ippone di reggio a volte sostiene che è l’acqua, altre il cervello. come diogene di apollonia anche anassimene sostiene che l’anima è l’aria. così riferisce il dossografo aezio:

ἀναξιμένης εὐρυστράτου μιλήσιος ἀρχήν τῶν ὄντων ἀέρα ἀπεφήνατο˙ ἐκ γάρ τούτου πάντα γίγνεσθαι καί εἰς αὐτόν πάλιν ἀναλύεσθαι. “οῖον ἡ ψυχή, φησίν, ἡ ἡμετέρα ἀήρ οῦσα συγκρατεῖ ἡμᾶς, καί ὅλον τόν κόσμον πνεῦμα καί ἀήρ περιέχει” (λέγεται δέ συνωνύμως ἀήρ καί πνεῦμα).

anassimene, figlio di euristrato, di mileto, affermò che l’aria è il principio delle cose: tutto, infatti, si genera da essa e in essa poi si risolve. così egli dice “come la nostra anima [ψυχή], che è aria [ἀήρ], ci tiene assieme, così il soffio [πνεῦμα] e l’aria tengono unito  il mondo” (sono usati nello stesso senso sia aria che soffio).

secondo democrito e gli stoici zenone di cizio e anipatro di tarso l’anima è un soffio caldo, che dà la vita grazie al suo tepore (ciò sarebbe dimostrato anche dal significato etimologico di ζάω, io vivo, che avrebbe la stessa radice di ζέω, io bollisco, da cui deriva il termine ζῆλος, zelo, ardore, trasporto ardente). per eraclito di efeso l’anima deriva dall’acqua e nell’acqua ha la sua fine. egli dice anche che un’anima asciutta è la più sapiente (eraclito afferma forse questo perchè associa l’umido a una facile mescolanza tra le sostanze e, quindi, alla loro confusione, mentre alla secchezza accosta la tersezza, quindi una conoscenza chiara del mondo?). macrobio riferisce, però, che secondo l’efesio lo spirito è costituito di un’essenza astrale.
vi è una divergenza di fedi e opinioni anche intorno all’aspetto dell’anima. secondo alcuni, essa ha una forma, secondo altri è amorfa. platone, nel timeo, dà una sembianza all’anima universale, dicendo che essa è circolare e avvolge un mondo altrettanto circolare. alcuni attribuiscono all’anima individuale una forma identica a quella del corpo presso cui dimora, altri simile a questa, alla pari di un sosia; altri ancora più evanescente e indefinita. aristotele dice che l’anima è la forma, oltre che una sostanza, del corpo naturale, il quale ha la vita in potenza.
è opinione diffusa che l’anima sia mobile. il movimento è alla base di quasi tutte le speculazioni e le credenze intorno all’anima. d’altronde essa, essendo un soffio, non può stare ferma, ma aleggia e volteggia. l’anima è il principio motore del corpo. il filosofo e medico greco alcmeone diceva che essa è una natura semovente, in eterno movimento (φύσιν αὐτοκίνητον κατ’ἀίδιον κίνησιν). l’anima, muovendosi da sè, conferisce il movimento alle cose della natura. su questo suo principio essenziale si basava talete quando affermava che il magnete possiede uno spirito, poichè muove il ferro (τόν λίθον ψυχήν ἔχειν ὅτι τόν σίδηρον κινεῖ). per senocrate l’anima è un numero fluvido che si muove da sè. anche tra i pitagorici era diffusa l’opinione secondo la quale lo spirito è un’entità semovente; lo consideravano, infatti, un’armonia, come quella dei suoni consonanti provenienti da corde pizzicate. l’anima dei pitagorici è vibrante. altri, invece, sostengono che l’anima è un ente statico. poichè la ritengono immutabile, concludono che essa è anche immobile. vi è poi chi dice che lo spirito è mosso da passione e agitato finchè è impuro ma che, una volta ripulito da tutta la sua vergogna, cessa di dimenarsi e si quieta.
secondo alcuni, l’anima trasmigra. alla dissoluzione del corpo presso cui dimorava, essa sopravvive e vaga solitaria finchè non si introduce in un altro corpo, facendone la sua nuova sede. qui vi rimane fino al disfacimento anche di questo secondo alloggio per poi passare a un altro corpo ancora. solo quando si sarà purificata da tutta la sua immondizia, l’anima cesserà di peregrinare, raggiungendo così la stabilità e la pace. il suo viaggio terreno è visto allora come una disposizione alla catarsi. la dottrina della trasmigrazione delle anime è detta anche metempsicosi, metensomatosi e reincarnazione. era molto diffusa nell’antico egitto e da millenni è un fondamento di molte religioni indiane, tra cui l’induismo e il buddismo. anzichè di soffio vitale, gli indiani parlano di karma che trasmigra, termine che indica propriamente l’azione. nell’antica grecia la metempsicosi era diffusa in àmbito orfico, pitagorico e platonico. diversamente da quelli che credono nella reincarnazione, vi sono coloro i quali ritengono che l’anima appartenga a un solo corpo. essa non trasmigra alla morte di quello in altre carni o legni linfatici, ma o ascende al regno ialino della beatitudine o sprofonda nelle mavròscine# regioni della tribolazione. se si deve purificare, allora la sua mondatura avverrà in una dimensione incorporea.
alcuni dicono che le anime sono predestinate. secondo costoro, lo spirito di un uomo, già prima di essere infuso nella carne, aveva il suo destino già segnato. le anime, a prescindere dalla condotta del corpo presso cui dimorano, hanno un loro proprio corso, il quale non devia mai ma è fissato da sempre. alcune, in genere un élite, hanno avuto la promessa divina di un’eternità beata, che si realizzerà allorquando si saranno disfatte del disfatto corpo che le avvinghiava in terra; altre, che sono la massa, saranno loro malgrado condannate all’estinzione. alle subrìgee_ anime, quindi, ne seguiranno sempre di abbattute e dissolte. oltre a coloro che professano la predestinazione delle anime, vi è chi profila tutt’altra situazione: gli spiriti non hanno alcuna garanzia nè incombenza disposta da un’entità divina. quicònqua# può assurgere ai cieli o immergersi negli abissi. gli spiriti non sono destinati a priori alla vita eterna o alla disfatta definitiva, ma ognuno di loro ha un esito particolare tutto da decidere. questo esito verrà stabilito sulla condotta che le anime avranno assunto durante la loro permanenza terrena. l’entità divina solo delinea allo spirito dell’uomo quale sarà il giudizio finale in caso di buona o di cattiva condotta: una vita proba, timorata e umile sarà premiata con la beatitudine eterna, una trista e altera con il supplizio eterno.
ci sono, infine, coloro che non credono all’esistenza dell’anima. essi ritengono che l’uomo non sia una dualità, nè che sia il risultato unitario di due nature fuse insieme: l’anima quale forma e il corpo quale sostanza. la ragione umana non avrebbe sede in qualcosa di spirituale, ma sarebbe attivata da processi chimici del cervello. la vita, poi, non sarebbe soltanto un soffio, non riguarderebbe cioè solo la respirazione, ma tutte le attività organiche.
riguardo a me, neanche io credo che gli uomini abbiano un’anima. o meglio, non credo che ne abbiano una così come viene generalmente intesa, ossia nel suo senso lato di ispirazione platonica o idealistica in genere, che la descrive come un’entità immateriale. secondo me, non vi è nulla di trascendente al mondo. oltre alla materia non vi è nient’altro. tutto è materiale. a un’anima metafisica pertanto non credo, a un’anima che, pur immanente nella nostra carne, è un qualcosa di evanescente senza materia. nel nostro corpo non è stato insufflato uno spirito immateriale tale da tenerlo in vita, uno spirito che, al disfacimento di quel corpo, esala in regioni ultraterrene conservando una propria individualità, una propria coscienza o una propria fisionomia. in noi non vi è nulla di trascendente perchè esiste solo la materia. se per anima intendiamo il soffio vitale nel suo significato fisico di alito di vita, allora credo all’anima. essa è il respiro delle fiere e degli uomini, dei rettili, degli insetti e degli uccelli. tuttavia, non uso mai la parola anima come sinonimo di respiro, alito, soffio perchè sarebbe un termine facile a fraintendimenti. sin dall’antichità la parola anima ha infatti assunto dei connotati particolari; pur essendo stata definita in vari modi, come abbiamo visto prima, sebbene non sempre in maniera precisa, data la sua presunta tenuità, si è convenuti sul fatto nondimeno che essa sia individuale – vi sono tante anime quanti sono i corpi umani – e trascendente – diversamente dai corpi umani, le anime sono immateriali -. questa quantomeno è l’opinione più diffusa. secondo me, invece, di soffio ce ne è uno solo, a cui partecipano tutti gli esseri respiranti; e questo soffio non è immateriale ma materiale. la materia ha inspirato il suo alito negli uomini. i respiri di tutti loro non sono che un unico soffio, lo stesso soffio della materia. per questo non esistono anime individuali; perchè costituiscono un unico soffio; e per questo non esistono anime trascendentali, perchè quel soffio è della materia. la definizione, tra quelle date nella prima parte di questo scritto, che si avvicina alla mia opinione sull’anima è quella principale del nefeš ebraico: un soffio vitale che non si distingue dalla carne che avviva.