fine

nella lingua italiana il sostantivo fine ha due significati principali: quello di limite, termine estremo, cessazione di qualcosa, e quello di scopo, proposito. col primo significato fine è usato al femminile (parliamo, per esempio, de la fine di una storia, la fine del sentiero, la fine dell’anno, e usiamo espressioni quali alla fine, alla fin fine, in fin dei conti; porre fine a qualcosa, condurre a fine); nel senso di scopo, invece, fine è adoperato al genere maschile (così diciamo che il progetto ha un fine, l’operazione ha un fine e che una tale attività, oltre a dei fini principali, ne ha anche di secondari; parliamo poi di un fine ultimo, di secondi fini e di una cosa fine a se stessa). anticamente, fine nel senso di limite era usato sia al femminile che al maschile; quest’ultimo genere si è mantenuto oggi, con questo significato, solo nel linguaggio letterario. fine può voler dire anche esito, riuscita; anche in tal senso può essere adoperato in entrambi i generi (espressioni al maschile sono, a esempio, a buon fine e a lieto fine; intendiamo fine al femminile, invece, quando chiediamo a qualcuno che fine hai fatto? nel senso di a quale esito sei andato incontro?).

anche il vocabolo polisemantico termine vuol dire sia limite che scopo. a differenza di fine, però, il suo genere resta sempre lo stesso, quello maschile. nel primo senso, parliamo de il termine del discorso, il termine della corsa e diciamo che la lezione è giunta al termine o di rimanere entro i termini stabiliti; nel secondo senso, invece, possiamo parlare di fissare dei termini per una tale impresa, ossia degli obiettivi da raggiungere.

la parola fine viene dal latino fīnis, che significa, come in italiano, sia limite che scopo. nel primo senso i romani parlavano, per esempio, di finis terrae (fine della terra emersa); finis civitatis (confine urbano); finis epistulae (conclusione della lettera). nel significato di scopo, invece, fīnis lo si poteva trovare in espressioni come finis facultatis oratoriae (lo scopo dell’abilità oratoria), exercitationis finis (lo scopo dell’esercizio) e nella locuzione ad eum finem (affinchè). fīnis vuol dire anche massimo grado, pienezza, colmo, come nelle espressioni finis bonorum (il sommo bene), finis malorum (il sommo male), finis honorum (il più alto grado degli onori).

pure nella lingua greca esiste una parola per indicare sia la fine che il fine. si tratta di τέλος. questo termine significa anche compimento, in quanto ciò che è segnato da un limite e, quindi, ciò che è definito, è anche compiuto. per compimento gli antichi greci intendevano anche la perfezione, poichè ciò che ha una sua definizione e una sua attuazione ha anche raggiunto la sua più elevata natura. un altro termine ellenico per indicare sia il limite che lo scopo è ὅρος (confronta gli italiani orizzonte e orlo, derivanti entrambi dal significato di limite; orizzonte viene direttamente dall’espressione ὀρίζων (κύκλος), il (circolo) delimitante).

 

fine, dunque, è sia il limite (o la cessazione di qualcosa) che lo scopo. i due significati divergono l’uno dall’altro; ciononostante sono tra loro connessi. possiamo dire che fine nel senso di scopo sia un’evoluzione semantica di fine nel senso di limite. il fine, infatti, è un proposito che ci si pone e che si intende raggiungere il quale segna la fine delle nostre azioni svolte per ottenerlo. il fine di una volontà si identifica con la fine dell’atto che esercita quella volontà. dopo che ci siamo applicati per il raggiungimento di uno scopo, una volta conseguitolo, abbiamo raggiunto il limite della nostra dedizione; al di là di tale scopo prefissato, nessuna nostra azione sarà più implicata con esso. il fine segna sempre la fine delle azioni svolte per il suo ottenimento. possiamo dire che il fine è sempre la fine di qualcosa, per sua definizione; il fine sottende sempre un limite o una cessazione. un fine che non costituisca una fine non potrebbe invero esistere in alcun modo.

un essere infinito, che abbia una sua volontà e una sua coscienza, non avrà scopi nel suo agire. non avendo una fine, esso non avrà neanche fini. abbiamo detto, infatti, che lo scopo è un limite; se un essere è senza limiti sarà anche senza scopi.

per me, la materia è un essere infinito. essa non è posta entro certi confini, nè spaziali nè temporali nè di altra sorta. la materia è indefinita, indeterminata. nulla la cinge, nulla l’ha originata, ma essa esiste da sempre senza contenzione. la materia è inoltre intelligente, viva e cosciente; opera secondo una sua volontà e agisce con sapienza. poichè non ha limiti e la sua esistenza, la sua volontà e la sua intelligenza sono sconfinate, la materia non ha neanche scopi, che di per sè costituiscono dei limiti. nel suo volere non vi sono obiettivi da raggiungere; nella sua intelligenza non dimorano propositi da conseguire. ciò che vuole, infatti, la materia lo ottiene immediatamente, le sue intenzioni non necessitano di atti preparatori o miranti a qualcosa, ma si attuano nel presente.

la materia è inoltre l’unico ente esistente. nulla vi è oltre a essa. la sua stessa infinitezza implica la sua sola esistenza.

poichè credo in una materia senza limiti e senza scopi, la mia visione del mondo è disteleologica, nel senso ampio e filosofico del termine. la natura, secondo me, non si evolve secondo un fine prestabilito, non si muove per una direzione, non tende a una meta. non c’è un finale nello sviluppo della natura, in quanto la materia, che la costituisce, è sterminata.

diversamente dalla volontà della materia, che è illimitata, quella degli uomini invece è limitata. la loro stessa coscienza è limitata. pur essendo capaci di grandi opere, in singolare o in concerto, gli uomini possiedono tuttavia una coscienza definita. per questo essi si pongono dei fini nel loro operato, perchè possiedono una coscienza definita.

la coscienza della materia, che è illimitata, potrebbe apparire per questo come confusa; invece è chiara nella sua sterminatezza. potrebbe sembrare questo un paradosso, ma in realtà non lo è. la coscienza degli uomini, che è limitata, potrebbe invece dal canto suo apparire ben definita e nitida; ma è confusa e imbrogliata.