la fazione

col termine fazione si indica un raggruppamento di uomini uniti da comuni intenti politici o ideologici, per lo più caratterizzato da settarismo e intolleranza. la fazione è un’aggregazione sociale che si pone su ostinate difensive o in offensiva contro altre aggregazioni, esprimendo una politica di contrasto in termini polemici. i suoi componenti sono spesso turbolenti e sediziosi, non si limitano a promuovere il loro programma, ma cercano anche di demolire quello altrui, lamentano l’etica dei loro rivali, trascurando la propria, si abituano alla lotta. le fazioni che appartengono a una stessa comunità, quelle cioè che si trovano a convivere le une con le altre, hanno cattivi rapporti tra loro: si fronteggiano, si accusano, falatèggiano_ si ignorano, si aggirano con circospezione.
fazione, dunque, è una parola dalla connotazione negativa. essa non solo indica un’associazione fra uomini, ma esprime anche la litigiosità e la voglia di imporsi di quell’associazione sulle altre. implica discordia, riprovevole rivalsa, compiacenza dei torbidi.
il termine, tuttavia, non ha avuto sempre questo significato. quando fu coniato aveva un altro senso. fazione deriva da factio, che è dal verbo latino facio, io faccio, e indicava l’atto, l’azione che va compiendosi. il grammatico ed esegeta servio mario onorato, per esempio, scriveva nel suo commentarii in vergilii aeneidos libros (commento all’eneide di virgilio): “diligenter factionis suae meminerat” (con zelo ricordava la sua azione); e il commediografo tito maccio plauto: “quae haec factio est?” (che storia è questa? – propriamente, che atto è mai questo?). a volte factio era contrapposto a passio, ossia l’azione alla passione, l’eseguire un atto al subirlo. altre, veniva associato a correctio: factio stava per creazione e correctio per miglioramento, rifinitura. più specificamente, in epoca romana, factio passò a significare il diritto di fare. “testamenti factionem habere” (avere il diritto, la facoltà di fare testamento), diceva cicerone. la factio era quindi l’atto in sè; passò poi a indicare il diritto all’azione, con un senso di liberalità e decoro, in quanto la liceità insita in quello si presume essere sempre accompagnata dalla decenza. al termine si attribuiva così un valore positivo, secondo il principio per cui il diritto di fare porta con sè benessere e si applica per la convenienza. diceva il grammatico nonio marcello nella sua de compendiosa doctrina (sulla vantaggiosa istruzione) “factio […] significat opulentiam, abundantiam et nobilitatem” (“factio” […] significa “ricchezza”, “abbondanza” e “nobiltà”. il termine però, come sappiamo, non mantenne sempre questo senso positivo. già i latini cominciarono a caricarlo negativamente come, per esempio, cicerone quando diceva: “per vim et per factionem” (con la violenza e col raggiro); e sallustio quando scriveva nel bellum iugurthinum (la guerra giugurtina): “sed haec inter bonos amicitia, inter malos factio est” (ma questa [l’unione] tra i buoni è amicizia, tra i malvagi è complicità); e cesare nel de bello civili (della guerra civile): “ut se et populum romanum factione paucorum oppressum in libertatem vindicaret” (per vendicare se stesso e il popolo romano, la cui libertà era stata lesa da un gruppo ristretto di facinorosi). il termine factio ebbe poi altri significati ancora, più tecnici e privi di un senso etico; in epoca romana e bizantina le factiones erano le quattro scuderie di aurighi del circo che gareggiavano nella corsa coi cavalli, distinte ognuna da un colore (albata, russata, veneta e prasina – bianca, rossa, azzurra e verde). le factiones erano anche le compagnie dei pantomimi.
lasciando stare questi ultimi due significati, di àmbito circense e teatrale, e quello generale di atto, restringiamo l’indagine del valore di factio unicamente al suo senso di gruppo politico caratterizzato da intolleranza e settarismo e chiediamoci come mai la parola è arrivata ad avere una connotazione così negativa quando in una sua fase evolutiva precedente indicava semmai il diritto di fare e l’abbondanza e il benessere.
in politica le questioni da affrontare sono tante. per ciascuna di queste poi vengono presentate altrettante soluzioni e per ogni soluzione vi sono altrettante implicazioni, critiche e approfondimenti. la divergenza è una norma nei dibattiti politici, soprattutto nei regimi democratici, e all’approvazione di una legge si giunge sempre a seguito di un lungo e tortuoso iter giuridico. se un gruppo di deputati vuole costruire un ponte, un altro gruppo si oppone a tale progetto dicendo che i soldi pubblici potrebbero servire a fare piuttosto il traforo dentro una certa montagna. se alcuni vogliono vietare qualcosa al popolo, altri invece la vogliono consentire. se un partito vuole apporre una modifica a una legge, un altro la vuole lasciare così com’è. i politici discutono così per giorni, settimane e mesi su quale sia la migliore soluzione da adottare per una certa questione e, sapendo di non poter giungere a un pieno accordo, passano poi alla votazione. la maggioranza vince. nei palazzi della politica si dibatte strenuamente, è un interloquire assai tenace ed è per questo molto calzante il termine parlamento per designare l’organo collegiale che vi dimora: perchè lì è un vociferare continuo, alle volte un vero e proprio chiacchiericcio.
il dibattito politico è una buona cosa. il dialogo, in generale, e il confronto e la pluralità delle opinioni, con le loro divergenze, sono una buona cosa. sono un arricchimento per tutti, una scoperta e un interesse comune. così come è una cosa buona l’associazionismo, che permette di sviluppare quelle opinioni e di mettere in atto certi programmi, che tornano a beneficio della comunità, però, solo se il loro manifesto non è lesivo della propria e altrui libertà. le associazioni politiche, ossia i partiti, sono altrettanto positivi perchè esprimono la pluralità e la varietà sociale, contraddistinguendosi per una loro certa equiparazione, anche se non potranno mai, in quanto aggregazioni, esprimere la totale pluralità dei loro membri. i partiti sono, tuttavia,  uno stimolo al confronto e attuano quel principio espresso da factio nel senso di diritto di fare. in sè, essi non costituiscono quindi un problema, ma anzi sono una maniera per confrontarsi e organizzarsi. il problema è posto non dal mero associazionismo politico, bensì dalla faziosità dei singoli partiti. qualora uno di essi rinunci a una serena conversazione con gli altri e decida di imporre anzichè proporre il suo programma, di abbandonare il confronto per la prevaricazione e non sia più disposto a tollerare le opinioni diverse dalle proprie, allora quel diritto di fare, che tanto distingue l’attività di un gruppo sociale, verrà meno. se l’azione di un partito degenera nella polemica ed è accompagnata da insofferenza, astio e tracotanza, allora dal diritto di fare si passa allo stallo. anzichè fare, si registra un nulla di fatto. questo perchè, avendo quel partito fazioso scatenato forze ostili all’interno di un organo collegiale, gli altri, risentiti dello squilibrio, cercheranno di contrastarne l’azione, chiedendo nuovamente rispetto. in questa tensione, la faziosità potrà dilagare e lo stallo perdurare. nelle camere assembleari, divenute ormai dei litigatoi, non si argomenterà più tanto sul da farsi, non ci si curerà più tanto onestamente dell’amministrazione, ma si badrà alla venzùda# sugli avversari e a come evitare la sconfitta. venendo meno il diritto di fare dei partiti, che è garantito da un vicendevole rispetto e dalla collaborazione – una partecipazione questa che implichi anche occasionali accomodamenti – l’attività politica volta al benessere sociale sarà fortemente impedita. i partiti divenuti intolleranti e resisi indisponenti avranno confuso il diritto di fare con la pretesa di fare. costoro diranno: “se abbiamo il diritto ad agire e per questo ci siamo costituiti giuridicamente in un’associazione, allora dobbiamo agire”. questo diritto sarà da loro recepito pertanto come un dovere. i partiti faziosi ignorano, però, che si ha diritto a fare qualcosa solo se l’azione che si esercita non toglie il rispetto e non lede la libertà degli altri. un’azione potrà anche essere svolta senza l’accordo di tutti, ma conviene che tale azione sia svolta nel rispetto di tutti.